In tema di diritti dei minori, la parte più importante del recente discorso agli Stati dell’Unione della Presidente della Commissione Europa. Ursula Von der Leyen ha ribaltato il punto di vista sul dibattito rispetto alla presenza dei preadolescenti sui social. La domanda non è se i ragazzi possano accedere ai social, ma se i social possano accedere ai ragazzi.
Oggi quella frase è diventata una proposta di Regolamento, l’Ue Kids Act, e la Presidente l’ha tradotta in una formula più precisa: spetta alle piattaforme dimostrare che i loro servizi sono sicuri fin dalla progettazione.
Dopo anni in cui la responsabilità è stata scaricata sulle famiglie (controllate, limitate, vigilate) l’Europa scrive per la prima volta una misura che chiarisce quanto il problema della sicurezza online sia “a monte”, ovvero parta da quanto si presenta sul mercato digitale, nel modo in cui questi servizi sono costruiti.
In questo senso il capitolo sulla progettazione sicura risulta concreto: vietati l’autoplay senza interruzioni, le notifiche di richiamo e quelle nelle ore di sonno e di scuola, i filtri che idealizzano il volto, i contatori di reazioni, le loot box, le dirette aperte a chiunque, il contatto non richiesto da sconosciuti. Il perimetro comprende videogiochi, app store e chatbot affettivi, che per i minori avranno la “memoria spenta” di default e non potranno simulare relazioni che creano dipendenza. Un’indicazione importante anche in vista del Digital Fairness Act, annunciato per l’autunno, che estenderà il ragionamento agli adulti.
Anche il riferimento esplicito alle immagini sessualizzate generate dall’AI, a partire dalle foto delle ragazze, merita di essere sottolineato. Dal prossimo dicembre il divieto europeo per i sistemi che le producono sarà operativo.
Lavorando con i ragazzi inseriti nei percorsi di MAP e con le vittime di deepfake sappiamo bene che il danno non è virtuale e non finisce con la rimozione del contenuto. Che questo tema entri nella politica pubblica a livello europeo significa che il concetto di “benessere digitale” non è più legato ai casi di cronaca, ma entra di diritto nel vissuto quotidiano dei ragazzi e delle famiglie.
Il Regolamento da applicare in fretta, ma una norma non garantisce da sola le tutele che promuove, restano aperti tre nodi cruciali.
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- Il primo è l’età. Il Regolamento fissa a 15 anni l’account autonomo, sotto i 13 nessun social, e impone la verifica alla registrazione con lo strumento europeo: l’autodichiarazione è esclusa per legge. Sulla carta è un’architettura più seria di quella australiana, dove tre mesi dopo il divieto agli under 16 la grande maggioranza dei ragazzi era ancora online perché nessuno aveva mai chiesto loro l’età. Quel precedente non dice che l’Europa fallirà; dice che una soglia vale quanto la sua attuazione, la stessa analisi d’impatto della Commissione lo cita in questo senso. Ma tredici e quindici anni restano soglie politiche, non pedagogiche. Lo ha detto la Presidente stessa: chi inizia con i social prima dei dieci anni passa online sette-otto ore al giorno, quasi una giornata lavorativa di un adulto.
Secondo la ricerca EU Kids Online 2026, in sei Paesi europei un bambino su tre tra i 9 e gli 11 anni ha già un profilo social. L’Italia fissa il consenso digitale a 14 anni e la realtà lo ignora. Il rischio non è che la norma sia inutile, ma che ci convinca di aver finito il lavoro.
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- Il secondo sono le transizioni, che il testo non vede. Gli account esistenti vanno verificati entro sei mesi e chi risulta sotto i 15 anni viene disattivato: quando la verifica funzionerà davvero, migliaia di quattordicenni si vedranno cancellare in un giorno reti costruite in anni, senza una sola misura di accompagnamento. Per loro c’è il “mini account”: un profilo intestato al genitore, con strumenti di supervisione sempre attivi, contatti pre-approvati e un’ora al giorno di utilizzo. “Rimettiamo i genitori al posto di guida”, ha detto la Presidente. Sulla carta responsabilizza le famiglie, ma nella realtà si chiede a molti genitori un compito che non sono in grado di svolgere, per tempo, per strumenti, per divario di competenze; lo riconosce lo stesso testo, dove ammette che la vigilanza dei genitori “non è sempre possibile”.
Se la supervisione parentale diventa il perno del sistema, la tutela seguirà le disuguaglianze sociali: protetti i figli di chi sa, esposti gli altri. E quando compiono 15 anni? Il giorno del compleanno il ragazzo passa da un’ora al giorno con i contatti scelti dal genitore a un account tutto suo, senza consenso di nessuno e con i limiti decisi dalla piattaforma, non più dalla famiglia. L’ambiente sarà più sicuro by design, ma nessuna norma prevede come si arriva preparati a quel passaggio, né chiede a qualcuno di accompagnarlo. La gradualità che il testo rivendica finisce esattamente lì dove servirebbe di più.
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- Il terzo è ciò che manca. Su quarantatré articoli, uno solo guarda ai ragazzi e non alle piattaforme: chiede agli Stati una “strategia nazionale” di informazione, ascolto e alfabetizzazione digitale, ma senza contenuti minimi, senza indicatori, e con una stima di costo che l’analisi d’impatto definisce “al più marginale”. Il pacchetto educativo annunciato nella Comunicazione non ha né data né risorse.
Nessuno chiede a Bruxelles di scrivere i programmi scolastici, che restano competenza degli Stati. Si chiede ciò che l’Unione già fa per i Safer Internet Centre: determinare livelli standard per i servizi di ascolto e supporto, indicatori annuali, un finanziamento dedicato. Risorse che è possibile ottenere dallo stesso contributo di vigilanza che le piattaforme pagheranno. Perché la presidente ha detto una cosa vera: il design che crea dipendenza danneggia tutti. Se è così, la risposta non può essere solo normativa. Nessun regolamento insegna a un tredicenne a riconoscere quando un’app lo sta usando.
C’è infine il tempo. Se tutto va bene, il Kids Act sarà operativo nel 2028. I ragazzi che oggi hanno dodici anni ne avranno quattordici. E l’Italia non potrà più discutere la propria soglia: il disegno di legge fermo al Senato perde il suo oggetto, perché l’armonizzazione sarà blindata e nessuno Stato potrà fissare un’età diversa. I governi hanno dodici mesi per scrivere la strategia nazionale che il Regolamento richiede. L’Italia ha già l’infrastruttura per farlo: i referenti della Legge 71 nelle scuole di ogni ordine e grado, i servizi territoriali, le realtà che lavorano con le famiglie, oltre al lavoro del Tavolo interministeriale.
È lì che si decide se questa norma avrà una gamba sola o due.
“Basta con la cattura dei nostri bambini” è una frase che i ragazzi meritano di sentire. Adesso serve che qualcuno scriva cosa succede il giorno dopo. In questa grande sfida culturale, abbiamo la responsabilità di indicare una rotta sostenibile per un futuro sempre più onlife. Regolamenti, norme e divieti servono per stabilire confini e criteri, ma l’unica bussola per non perdersi nell’oceano digitale resta l’educazione. Perché nel dolore e nella solitudine in cui vivono troppi ragazzi non c’è nulla di virtuale.
di Ivano Zoppi
Segretario generale
Fondazione Carolina







