Beatrice e la sindrome dei Guru

Cara Beatrice, purtroppo non è bastato il gesto che hai compiuto. Non è stato sufficiente per raccontare in modo così drammatico la tua sofferenza.
12
Apr

Beatrice e la sindrome dei Guru

Cara Beatrice,
purtroppo non è bastato il gesto che hai compiuto. Non è stato sufficiente per raccontare in modo così drammatico la tua sofferenza.

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L’odio, quello social, è andato avanti. Anzi, se possibile, si è trasformato nella peggiore delle sue manifestazioni: perché insultare, denigrare qualcuno – anche da morto – è “pane” per chi non sa cogliere, forte della sensazione di presunta immunità che ti dà la rete, i limiti del proprio agire.

Leggo i commenti postati sul gruppo “Giente Honesta” e mi chiedo: dove stiamo sbagliando? Abbiamo una legge, ogni giorni si registrano “grandi” convegni per promuovere iniziative di sensibilizzazione e formazione, eppure non siamo in grado nemmeno di arginare questa onda barbarica 2.0?

Qui abbiamo fallito tutti: il sistema educativo, in prima istanza, che non ha saputo farsi carico fino in fondo della sofferenza di Beatrice, che non ha colto segnali precisi e che, forse, non è riuscito a dare le risposte che servivano davvero a Bea. Un sistema che non riesce a far capire a questi social barbari che tutto quello che viene scritto sulla rete lì rimane, per sempre, come scolpito sulla pietra. Un fallimento che fa rima con l’autorefenzialità di un circuito che, più che ai ragazzi e alle famiglie, parla con se stesso, in una costante gara a colpi di iperbole.

In Italia per ogni caso di cronaca spunta un Guru, il più delle volte autoproclamato. Nelle scuole, ormai, entra di tutto, perfino chi sostiene che i genitori non abbiano il diritto di controllare il cellulare dei propri figli, con tanto di SIM intestata a loro nome.

Non possiamo improvvisare quando parliamo di Minori, perché formazione, educazione e, quando necessaria, la cura dei nostri ragazzi rappresentano i tre pilastri che sorreggono il futuro di tutti noi. Non a caso le dogmatiche certezze del mondo dei colossi del web, dove si confonde l’anarchia con la libertà, cominciano a vacillare. E’ soprattutto il mondo dei social a palesare una preoccupante incapacità di fissare e gestire dei limiti e di costruire percorsi di responsabilizzazione.

Lasciamo stare le pagine commemorative. Spegniamo, per un attimo, questo petulante chiacchiericcio digitale e accendiamo un’idea, un sorriso, una stretta di mano. Perché come dice papà Picchio, un abbraccio vale più di mille like.

Gli abbracci sono autentici, perché ci permettono di entrare in empatia con questi ragazzi, affinché la loro adolescenza, e la loro vita, non venga, di nuovo, travolta da un treno.

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